American Honey

 

americanOggi è il giorno giusto per ricominciare, anche se solo per un giorno è pur sempre un inizio, di getto mi verrebbe da “recensire” parecchi film ma a volte predomina in me il concetto di “già visto e già sentito”, a quel punto cambio idea e non sempre faccio la cosa giusta.

Ultimamente ho visto “American Honey” di Andrea Arnold, a prescindere dai premi a Cannes, che sono sicuramente indicativi ma mai esaustivi, credo ci sia del “materiale umano” da individuare nella pellicola della Arnold che segue un filone invisibile di “purezza del soggetto”, dove i vari protagonisti sono lo specchio del galoppante avvenire capitalistico; sogni e speranze lasciano il posto al “praticantesimo”, dove si sceglie una strada da percorrere forse solo perché è l’unica rimasta, siamo solo noi il nostro destino, la nostra attività..il nostro percorso di crescita.

American Honey  poteva essere un capolavoro, non tanto per il messaggio bensì per la continua ricerca di “intensità e carnalità”, quell’ essere reali, selvaggi d’asfalto, avere piccoli scopi bastanti, che ci fanno andare avanti, che superano la giornata e ne chiamano un ‘altra simile, ma mai uguale..mai della stessa intensità. Lo definisco un capolavoro mancato ma di sicuro la regia di Andrea Arnold non ha lasciato a desiderare, anzi..

Una generazione al completo (vista l’età dei personaggi mi viene da dire: la mia generazione) spalmata su questa enorme nazione piena di nazioni chiamata Stati Uniti d’America, sembra che qualcosa sia andato storto, il sogno americano (anche un po’ italiano) di successo, di ribalta, di libertà e qualsivoglia altra parola legata all’agire umano, è finito; o quantomeno ne è rimasto poco, da trovare negli angoli dei supermercati o di un drive in, la disillusione fa male, ti colpisce alle spalle quando meno te lo aspetti, una ferita che si rimargina  solo col continuare ad andare avanti, con quell’agire che uccide il pensiero, per fortuna, altrimenti si resta immobili e il mondo va avanti senza la tua “approvazione”.

Il film dura un pò quindi consiglio di non vederlo tardi, ha dei momenti “bloccati nel tempo” ma è la conseguenza di una regia scrupolosa e attenta ad alcuni particolari dell’ “on the road”, spazi immensi e immensi sogni.

Nel cast vi è quel folle di Shia LaBeouf, totalmente a suo agio nella veste di “venditore di se stesso”, incarna a pieno il senso del prototipo del “ragazzo che ha dovuto crearsi un’occasione”, se sei partecipe di te stesso vivi te stesso e non rimpiangi mai nulla, nessuna scelta, nessun azzardo, l’ importante è crederci sempre..no?!

Jack (Shia Lebouf), vede Star (Sasha Lane) nel parcheggio di un market, da li nasce la storia, e il film parte per non fermarsi mai, come quel furgoncino dove co-abitano circa venti ragazzi e ragazze che dalla vita hanno preso solo calci in faccia, nessuno che gli avesse mai chiesto  in quale immenso e dannato sogno volessero vivere la propria vita, l’unica salvezza è guardare avanti, essere consapevoli che fermi non si va da nessuna parte.

Questo on the road racchiude in sè la nascita di una nuova  America, sempre incentrata su se stessa ma più consapevole delle perdite e degli strascichi che porta con se il fallimento del sogno americano, “We found love in a hopeless place” canta Rihanna, ed è come se fosse l’interruttore dell’anima della “new generation”, questo mettersi totalmente in gioco a mio avviso è da apprezzare, come un “conosci te stesso” contemporaneo, superare tutti i propri limiti e le proprie paure, i fallimenti che ci perseguitano su tutti i campi; la svolta parte dalle viscere, da quel senso di vuoto che porta continuamente l’essere umano a volerlo colmare con qualsiasi cosa capiti; allora vendere riviste porta a porta in un mondo totalmente digitalizzato diviene l’alternativa, creare un mondo parallelo fatto ancora di contatti umani, di emozioni e avventure che non sempre hanno un lieto fine, ma quantomeno sono decisioni prese dal singolo individuo e non da un’ ipotetica massa che avvolge tutti  e fa contenti pochi, vi è un desiderio di libertà che nasce da una rabbia cruda, essere qualcosa piuttosto che il nulla..sempre..venditori di stessi che riacquistano se stessi vendendo..(contorto).

Questa “nuova” America era descritta in maniera simile ma con storie diverse nei film di Larry ClarkHarmony Korine, in quei casi i temi affrontati partivano dal collettivo per arrivare al singolo, in questo caso sembra invece che si parti da storie di ragazzi/e che nella loro vita hanno deciso che “nonostante tutto” esiste sempre una strada da percorrere, piena di insidie e di crudeltà, ma per alcuni quelli strada è l’unica da intraprendere e percorrere, il sogno americano potrebbe avere un nuovo volto, nuove ambizioni, quei volti e quelle ambizioni perfettamente incanalate in Jack e Star, ecco la nuova “generazione Y”.. come un grande Si alla vita e a tutto quello che verrà, disincanto e libertà..questo film può essere tranquillamente interpretato come un inno alla vita, non mi resta che dirvi: Grazie e buona visione..P.s. non è mai il momento di arrendersi.

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